{"id":14115,"date":"2021-04-16T10:52:39","date_gmt":"2021-04-16T08:52:39","guid":{"rendered":"https:\/\/www.viverevegan.org\/?p=14115"},"modified":"2021-04-16T11:17:34","modified_gmt":"2021-04-16T09:17:34","slug":"femminismi-e-altre-liberazioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/web.studioinformatico.net\/viverevegan\/femminismi-e-altre-liberazioni\/","title":{"rendered":"Femminismi e altre liberazioni"},"content":{"rendered":"<h3>Un testo, questo di Annamaria Manzoni, che ripercorre alcune delle tante vicende che evidenziano la particolare alleanza interspecifica donne-animali. Spesso infatti sono state le donne a prendere atto di come le loro battaglie per uscire da una condizione di sottomissione e dipendenza dal genere maschile andassero di pari passo con la rivendicazione ante litteram della liberazione animale.<\/h3>\n<hr \/>\n<p>Era il 1792 quando il filosofo <strong>Thomas Taylor,<\/strong> in risposta a <em>\u201cUna rivendicazione dei diritti delle donne\u201d<\/em> di <strong>Mary Wollstonecraft<\/strong>, rispondeva provocatoriamente che, se si riconoscevano diritti alle donne, allora si sarebbe dovuto riconoscerli anche agli animali. Pensava ovviamente di risultare provocatorio, di suscitare sconcerto o ilarit\u00e0, proprio come divertito e sconcertato era evidentemente lui davanti all\u2019ipotesi che le donne potessero aspirare ad essere portatrici di diritti. Ma, suo malgrado, la sua tesi, ripulita dalle connotazioni connesse alla sua preoccupante visione a tunnel sulle cose, risulta quanto mai azzeccata: comporta un link, che \u00e8 politico, psicologico, esistenziale tra questione femminile e questione animale, bench\u00e8 lui fosse lontano mille miglia dall\u2019intuirla e riuscisse a risolverla solo come battuta.<\/p>\n<p>Prescindendo dalla ricostruzione del cammino faticosissimo delle donne in direzione della parit\u00e0 di genere e di quello solo agli albori degli altri animali, portato avanti per interposta persona, in difesa almeno della loro sopravvivenza, \u00e8 importante riflettere sui modi in cui si estrinseca questa particolare alleanza interspecifica donne-animali.<\/p>\n<p>Di certo nessun discorso al proposito pu\u00f2 essere univoco ed esaustivo, data l\u2019enorme articolazione dello stato delle cose dovuto all\u2019infinito numero degli individui implicati. E\u2019 un dato di fatto, comunque, che spesso sono state le donne a prendere atto di come le loro battaglie per uscire da una condizione di sottomissione e dipendenza dal genere maschile andassero di pari passo con la rivendicazione ante litteram della liberazione animale. Gi\u00e0 dagli anni \u201930 del 1800, le attiviste che lottavano contro la schiavit\u00f9 negli stati americani diedero vita al primo movimento per i diritti delle donne, rendendosi conto [1] della discriminazione femminile all\u2019interno delle loro stesse organizzazioni (un pensiero reverente alle ragazze deputate, secoli dopo, a fare fotocopie per i compagni sessantottini). <strong>Non \u00e8 casuale che molte di quelle donne fossero vegetariane: semplicemente capivano che la lotta contro le ingiustizie razziali, di genere, di specie avevano un unico denominatore, il rifiuto dei rapporti di potere, e in difesa dei nonumani mettevano in atto l\u2019unica azione immediatamente praticabile, vale a dire la decisione di non mangiarli.<\/strong><\/p>\n<h2>Harriett Beecher Stowe e Carol Adams<\/h2>\n<p>Lo cap\u00ec <strong>Harriett Beecher Stowe<\/strong>, autrice del libro cult <em>\u201cLa capanna dello zio Tom\u201d<\/em> (1852), che dopo avere denunciato con una potenza descrittiva fuori dal comune le ingiustizie razziali, si dedic\u00f2 a scrivere per un pubblico femminile, parlando anche di diritti animali. La scia lunga di queste lotte unitarie dalla parte dei deboli contro i dominatori, \u00e8 andata poi organizzandosi in modo pi\u00f9 esplicito arrivando con l\u2019ecofemminismo ad attiviste che fanno della difesa del mondo animale un tassello imprescindibile delle loro rivendicazioni. Nel loro pensiero le forme di oppressione su donne, bambini, animali e ambiente sono connesse, e di conseguenza la lotta contro le discriminazioni, portata avanti dai movimenti progressisti, deve contemplarle tutte. Consequenziale per\u00a0 <strong>Carol Adams<\/strong>, una delle rappresentanti pi\u00f9 prestigiose di questi movimenti, essere stata prima vegetariana e poi vegana,\u00a0 e considerare la scelta femminista inscindibile da quella antispecista.<\/p>\n<h2>Angela Davis<\/h2>\n<p>Non si pu\u00f2 ignorare <strong>Angela Davis<\/strong>, a partire dagli anni \u201870 attivista dei diritti civili degli afroamericani e delle donne: anche lei, con la sua scelta vegana, si situa nel filone di chi, dedicando la propria vita alla lotta contro il razzismo, si \u00e8 contestualmente mostrato sensibile alla questione animale, in quanto intimamente collegata alla discriminazione ai danni delle minoranze umane. <strong>Insomma, non dovrebbe essere possibile parlare di giustizia, equit\u00e0, liberazione declinata in tutte le sue forme umane senza includere nel cerchio delle vittime in cerca di liberazione anche i nonumani, il ch\u00e8 richiede ovviamente come primo imprescindibile passo l\u2019adesione al veganismo, come forma di necessaria coerenza.<\/strong> Quindi<strong>, <\/strong>come altre delle donne gi\u00e0 citate, la Davis considera parte di un atteggiamento rivoluzionario cogliere il link tra tutte le forme di oppressione: a stupire non dovrebbe essere questa tesi, ma piuttosto il suo rifiuto. E\u2019 singolare che la Davis solo in tempi recenti abbia reso pubblica la sua scelta vegana, che pure \u00e8 di antica data: il silenzio sulla questione, protrattosi per tanti anni, parla forse della sua consapevolezza che quella che era una evidenza per lei e forse per altre avanguardie culturali aveva bisogno di tempo per una adeguata elaborazione da parte della grande massa delle sue seguaci: troppi i luoghi comuni e troppo impreparato il contesto, tanto da rendere plausibile la possibilit\u00e0 di inficiare il consenso per le altre fondamentali battaglie in corso, che evidentemente anche per lei erano prioritarie. <strong>A fronte di ci\u00f2, l\u2019outing odierno testimonia la sua percezione che i tempi siano davvero cambiati tanto da rendere l\u2019accoglimento di posizioni di giustizia inclusive degli altri animali uno step ineludibile, parte imprescindibile di una diversa visione del mondo<\/strong>.<\/p>\n<p>E non pu\u00f2 che stupire che agenzie di pace, come lo \u00e8 chiesa, partiti autodefinentisi di sinistra e quindi strutturati su ideali di giustizia, associazioni ambientaliste tenute a includere gli animali nella natura che vogliono difendere, e si pu\u00f2 continuare con gli psicologi che di benessere si occupano siano cos\u00ec spesso e tanto colpevolmente estranei a questa consapevolezza.<\/p>\n<p>La particolare vicinanza delle donne ai nonumani si struttura da sempre anche su ragioni diverse da quelle fino a qui esaminate.<\/p>\n<h2>Dian Fossey, Jane Goodall e Birkute Galdikas<\/h2>\n<p>Insegna molto il fatto che a studiare i primati nella seconda met\u00e0 del 1900 furono tre donne, attive in periodi in cui il lavoro scientifico femminile era fortemente svantaggiato rispetto a quello maschile: <strong>Dian Fossey<\/strong>, che si dedic\u00f2 allo studio dei gorilla nell\u2019Africa centrale, <strong>Jane Goodall<\/strong>, che studi\u00f2 gli scimpanz\u00e9, e <strong>Birkute Galdikas<\/strong>, interessata agli oranghi del Borneo, furono scelte dall\u2019archeologo e naturalista <strong>Louis Leakey<\/strong> proprio in quanto donne, e come tali <strong>portatrici di un diverso approccio alla conoscenza degli animali, caratterizzato da passione e capacit\u00e0 di empatia.<\/strong> Tutte loro segnarono una distanza abissale rispetto ai colleghi maschi, che gli animali li osservavano negli zoo e nei laboratori. Nessuna di loro, in netta contrapposizione con lo spirito dei tempi, si arrog\u00f2 il diritto di sottomettere gli animali alle proprie pretese di studio, imprigionandoli in ambienti estranei alle loro necessit\u00e0 etologiche: furono loro stesse, invece, a trasferirsi nell\u2019ambiente di vita degli animali che volevano conoscere, e lo fecero con una dedizione totale, mettendo in gioco la propria stessa vita (Dian Fossey fu uccisa in Africa nel 1986 proprio a causa del suo coinvolgimento nella difesa dei gorilla), trattandoli non come oggetti di studio da manipolare a piacere, ma considerandoli nella complessit\u00e0 delle loro relazioni. Insomma un approccio assolutamente empatico a fronte dell\u2019atteggiamento appropriativo maschile.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio di empatia che bisogna parlare nell\u2019esaminare la relazione donne-altri animali, ricordando in primo luogo quanto prioritaria sia la presenza femminile in una serie di situazioni \u201canimaliste\u201d: sono soprattutto donne le volontarie dei canili, quelle che telefonano ai centralini per denunciare violenze contro gli animali; sono soprattutto donne le gattare e le persone vegane.<\/p>\n<p><strong>Alla base di questa predominanza di genere a giocare un ruolo fondamentale \u00e8 appunto la capacit\u00e0 di immedesimarsi nell\u2019altro in una sorta di identificazione che permette di percepire, di vivere sulla propria pelle le sue emozioni.<\/strong> E identificarsi con l\u2019altro significa anche soffrire la sua sofferenza e, anche se non sempre, mobilitarsi per andare in suo soccorso. E\u2019 fuori discussione, non solo in base all\u2019osservazione, ma anche ai risultati di ricerche fatte, che l\u2019empatia \u00e8 non soltanto, ma soprattutto femminile: le ragioni sono complesse e probabilmente, a livello evolutivo, connesse alla necessit\u00e0 empatica nel rapporto con i bambini nelle prime fasi della vita, quando \u00e8 indispensabile capire le loro necessit\u00e0 in assenza di una comunicazione verbale. Ora, l\u2019empatia, quando riesce ad aggirare la presenza di tanti meccanismi di difesa che remano in direzione contraria, va oltre i confini di specie e guida anche la relazione con gli altri animali.<\/p>\n<h2>Le gattare<\/h2>\n<p>Ne \u00e8 chiaro il ruolo nel <strong>mondo delle gattare<\/strong> (il termine \u201cgattari\u201d non \u00e8 ad oggi divenuto di uso comune!), di quelle persone cio\u00e8 che si occupano di gatti randagi, procurando loro cibo e acqua e cercando di metterli al sicuro dai frequenti maltrattamenti a cui sono esposti. Tradizionalmente lo fanno a prezzo di un sacrificio personale tutt\u2019altro che trascurabile, trasformando il proprio coinvolgimento emotivo in dovere quotidiano, indifferenti alle condizioni del tempo o al proprio stato di salute. Lo fanno in assenza di aspettative di riconoscenza e di intenti appropriativi, attente come sono a rispettare e salvaguardare le abitudini e la libert\u00e0 di questi animali, (proprio come fecero le primatologhe sopra ricordate): si limitano a percepire il bisogno di aiuto che proviene da esseri indifesi e a darvi risposta. La loro rappresentazione non ha mai goduto neppure di quella considerazione sociale che sarebbe doverosa risposta a tanto impegno. Al contrario l\u2019immagine della gattara \u00e8 sempre stata stigmatizzata e svalutata da parte degli uomini, che ne hanno messo in risalto difetti e presunte manchevolezze, ne hanno ridicolizzato l\u2019aspetto inevitabilmente trasandato visto il loro darsi da fare con i gatti. Ne viene oscurata l\u2019ottemperanza alla legge non scritta della piet\u00e0, che induce a doveri ben pi\u00f9 alti di quelli sanciti dagli uomini.<\/p>\n<p><strong>Nella tensione ad occuparsi di animali in stato di bisogno si estrinseca la cultura del prendersi cura senza aspettative di ricompense: e oggetti di questa cura possono essere tutti i deboli, bambini, malati, anziani o appunto altri animali in quanto fragili, vulnerabili, spesso del tutto indifesi.<\/strong> E\u2019 sufficiente un\u2019occhiata a quello che succede nelle nostre case (con grande amplificazione in tempi di covid) per verificare come si tratti di attivit\u00e0 che vedono percentuali bulgare nella predominanza femminile. E quello del prendersi cura non \u00e8 un comportamento che semplicemente si affianca ad altri: facilmente diventa esclusivo in quanto in grado di mangiare le risorse, di toglierle a molte altre attivit\u00e0, che sono invece tese all\u2019autoaffermazione, e che vedono rimaterializzarsi la presenza maschile, tanto amante di quel potere che per affermarsi necessita di aggressivit\u00e0 e assertivit\u00e0.<\/p>\n<h2>La connotazione sessista degli alimenti<\/h2>\n<p><strong>La pi\u00f9 scarsa adesione degli uomini rispetto alle donne al vegetarismo e al veganismo \u00e8 ovvia conseguenza al disinteresse per la questione animale, ma trova anche ampia giustificazione nel luogo comune secondo cui i cibi vegetariani sarebbero \u201cda donna\u201d, nel senso di anemici, non vigorosi, inadatti alla loro virilit\u00e0.<\/strong> Esiste e sopravvive, infatti, la profonda convinzione, in gran parte inconscia, che gli alimenti abbiano una forte connotazione sessista: ci sono quelli da uomini e ci sono quelli da donna. La carne, soprattutto quella rossa, resta alimento icona dell\u2019uomo macho, metafora di virilit\u00e0, nella misura in cui, con il suo stesso aspetto, richiama immagini da uomo primitivo, da cavernicolo che se la andava a procurare di persona, clava in mano. L\u2019uomo moderno, anche se la carne la conquista al massimo dagli scaffali del supermercato per metterla nel carrello della spesa, resta ostinatamente affezionato al valore simbolico della faccenda, sostenuto anche dalla diffusa convinzione che si \u00e8 ci\u00f2 che si mangia, quindi chiss\u00e0 mai che miracolosamente riaffiori quel machismo che un po\u2019 traballa sotto i colpi di dopobarba profumati, gel per capelli e creme per il corpo dall\u2019attrazione fatale. Tant\u2019\u00e8: gli uomini spesso tendono a mantenere distanze di sicurezza dal mondo dei cibi leggeri, delle donne, quelle che, secondo la svilente rappresentazione maschile, nutrendosi di verdure e alghe, rafforzano un\u2019identit\u00e0 di genere fondata sulla debolezza.<\/p>\n<h2>Sono vegan i maggiori campioni sportivi<\/h2>\n<p>\u201c<em>Is meat male<\/em>?\u201d <em>E\u2019 maschile la carne<\/em>? E\u2019 il titolo di una ricerca pubblicata nel 2012 sul Journal of Consumer Research, autore <strong>Paul Rozin<\/strong>, professore di psicologia della Universit\u00e0 di Pennsylvania. Risposta positiva, a quanto pare: oltre alla ricerca, lo conferma una statistica molto pi\u00f9 casereccia sulle abitudini osservabili in giro. Inutilmente ci si interroga come sia possibile che non lasci tracce di pensiero l\u2019informazione che <strong>vegani sono i maggiori campioni sportivi di ogni disciplina<\/strong>: a cominciare da quel <strong>Carl Lewis<\/strong>, \u201cfiglio del vento\u201d, indiscussa leggenda con le sue dieci medaglie olimpiche oltre alle altre, che nel 1990 diventa vegano, per motivi etici e religiosi, nel bel mezzo della sua attivit\u00e0 sportiva e dichiara \u201c<em>Ho scoperto che un atleta non ha bisogno di proteine animali per essere un atleta di successo. Infatti il mio migliore anno nelle competizioni di atletica leggera \u00e8 stato quando mi sono convertito al veganismo\u201d. <\/em>Per continuare con le sorelle <strong>Williams<\/strong>, Venus e Serena, l\u2019una vegana su indicazione del medico, l\u2019altra per condivisione solidale, secondo quanto riportato dai media: di loro, sulla cui potenza fisica avrebbero molto da dire le tenniste che hanno avuto la (mala) sorte di doverle fronteggiare, tutto si pu\u00f2 dire tranne che richiamino, nell\u2019aspetto e nella forza dirompente, sofferte privazioni alimentari. Un grande testimonial \u00e8 <strong>Mirco Bergamasco<\/strong>, statuario e imponente, il quale di mestiere gioca a rugby, che notoriamente, per dirla con Nanni Moretti, non \u00e8 uno sport per signorine: appunto, lui \u00e8 vegano. E poi, o anzi prima di tutti, c\u2019\u00e8 il grandissimo <strong>Luis Hamilton<\/strong>, 7 titoli mondiali al suo attivo e, giova ricordarlo, grande testimonial dell\u2019opposizione a tante delle odierne ingiustizie, a partire da quelle razziali. Solo per citare. E per concludere con la dichiarazione di <strong>Dave Scott<\/strong>, considerato il pi\u00f9 grande triatleta del mondo, che definisce \u201c<em>un errore ridicolo<\/em>&#8221; pensare che gli atleti abbiano bisogno di proteine animali.<\/p>\n<p><strong>Niente da fare: i bias di conferma, vale a dire gli errori cognitivi che portano a filtrare solo quegli aspetti della realt\u00e0 in sintonia con le nostre convinzioni ignorando quelle che le smentiscono, sono sempre all\u2019opera.<\/strong><\/p>\n<h2>Verso il superamento del sessismo<\/h2>\n<p>Un\u2019altra ricerca illuminante (Mente&amp;Cervello, n. 104) dice che il veganismo \u00e8 sostenuto soprattutto da 1) donne, 2) che vivono in contesti urbani e 3) che hanno un grado di cultura medio alto. Facile capirne le ragioni. Si \u00e8 immersi in una cultura che fa della sudditanza dei nonumani la cifra della nostra esistenza e del mangiarli la normalit\u00e0. Per sottoporre ad un\u2019analisi critica il pensiero dominante \u00e8 necessario poter disporre di mezzi culturali adeguati, e la vita nelle citt\u00e0 \u00e8 certamente pi\u00f9 attiva e stimolante, pi\u00f9 facile brodo di cultura di movimenti innovativi. Si aggiunge il fatto che, a quanto pare, \u00e8 molto meglio essere donne: vale a dire disporre di una forma di intelligenza sintetica, intuitiva, induttiva, a fronte di quella pi\u00f9 analitica, logica, deduttiva degli uomini; soprattutto di un\u2019intelligenza arricchita e vivificata dalla presenza delle emozioni.<\/p>\n<p>La breve analisi condotta \u00e8 indirizzata alla necessit\u00e0 di prendere atto dello stato delle cose, di individuarne la genesi complessa per mettere a fuoco le strade da seguire. Prescindendo dalla situazione che vede sempre pi\u00f9 sfumarsi la dicotomia sessuale, <strong>il riferimento non \u00e8 mai ad una frattura netta al mondo maschile da quello femminile, ma sempre a maggiori disposizioni, a dei \u201csoprattutto\u201d, che contengono in s\u00e8 la possibilit\u00e0 di cambiamenti da governare<\/strong>: esistono uomini il cui impegno \u00e8 forte in favore di tutti i deboli e gli svantaggiati e vi sono, purtroppo, donne che pur senza esporsi in prima persona ad atti violenti, mantengono un ruolo non meno colpevole di sostenitrici o fiancheggiatrici di tante brutture. E non sempre i cambiamenti in atto sono rassicuranti perch\u00e9 vedono le donne a volte inseguire i non invidiabili primati dei loro compagni nelle cronache di omicidi o crudeli attacchi fisici contro persone deboli, le vedono sgomitare per svolgere il servizio militare, mentre qualcuna \u00e8 gi\u00e0 entrata nell\u2019arena a massacrare con entusiasmo tori braccati e indifesi, e altre esibiscono orgogliosa soddisfazione nelle foto che le ritraggono in tenuta da cacciatrici con il piede sopra l\u2019ultima vittima uccisa.<\/p>\n<p>Il cammino dell\u2019emancipazione femminile deve governare il rischio dell\u2019uniformazione a quello maschile magari per compensare atavici sensi di inferiorit\u00e0: non \u00e8 certo questa la strada da percorrere, perch\u00e9 invece le trasformazioni si impongono. Da millenni la divisione di genere \u00e8 stata il criterio principale per determinare l\u2019esistenza delle persone, con gli uomini al potere e le donne in posizione di sudditanza, esattamente come lo specismo \u00e8 stato il criterio per definire il posto di umani e nonumani nel mondo. <strong>La strada verso il superamento del sessismo deve coincidere con la lotta a tutte le forme di sudditanza e prevaricazione e non pu\u00f2 non essere condotta contestualmente alla lotta per la liberazione animale<\/strong>: la consapevolezza conta su contributi di altissimo livello, ma di certo ancora assolutamente insufficienti. Il giorno in cui i festeggiamenti per un nuovo diritto riconosciuto non contemplassero che a pagarne l\u2019ingiusto prezzo fossero vittime animali sulle tavole festose, il segnale che questo principio sar\u00e0 entrato in una consapevolezza pi\u00f9 diffusa sar\u00e0 pi\u00f9 tangibile.<\/p>\n<p>Il tempo giusto \u00e8 oggi: per ogni animale, \u201cdopo\u201d sarebbe troppo tardi.<\/p>\n<p><em>Annamaria Manzoni<\/em><br \/>\n<em>Progetto Vivere Vegan<\/em><\/p>\n<hr \/>\n<p>[1] Si vedano le puntuali ricostruzioni di Erica Joy Mannucci in \u201cLa cena di Pitagora\u201d<\/p>\n<hr \/>\n<h6>testo Annamaria Manzoni &#8211; foto tratta da: https:\/\/pedagogiantispecista.wordpress.com\/<\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un testo, questo di Annamaria Manzoni, che ripercorre alcune delle tante vicende che evidenziano la particolare alleanza interspecifica donne-animali.<\/p>\n","protected":false},"author":16,"featured_media":14123,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"give_campaign_id":0,"footnotes":""},"categories":[2],"tags":[],"class_list":["post-14115","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-notizie"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.7 - 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