{"id":14829,"date":"2021-09-03T09:00:43","date_gmt":"2021-09-03T07:00:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.viverevegan.org\/?p=14829"},"modified":"2021-08-26T15:00:09","modified_gmt":"2021-08-26T13:00:09","slug":"dolprison","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/web.studioinformatico.net\/viverevegan\/dolprison\/","title":{"rendered":"DOLPRISON"},"content":{"rendered":"<h3>Riflessioni tra le mura di manicomi e prigioni, ovvero come la storia di un internato in un manicomio ha cambiato la mia vita e mi ha portato ai delfinari.<\/h3>\n<hr \/>\n<h2>L\u2019inizio<\/h2>\n<p>Credo non sia eccessivo dire che, per vari motivi, mi occupo di reclusione da quasi quindici anni. Oggi lo faccio sia come insegnate volontario in carcere che attraverso la pagina Facebook di Zoout, dove racconto quella che riguarda gli animali. Quando ho iniziato, per\u00f2, l\u2019ho fatto avvicinandomi alla storia di un internato a vita in un manicomio. La vicenda \u00e8 quella di Nannetti Oreste Fernando che, a causa di un\u2019offesa a pubblico ufficiale, trascorse il resto della sua esistenza nel reparto Ferri dell\u2019ospedale psichiatrico di Volterra. La sentii raccontare per la prima volta mentre frequentavo una scuola di scrittura creativa e mi colp\u00ec cos\u00ec tanto che decisi di farne un reportage fotografico e letterario.<\/p>\n<h2>La storia di Nof4<\/h2>\n<p>In poche parole, Nannetti Oreste Fernando per cercare di sfuggire al terribile destino della reclusione in manicomio, impieg\u00f2 il suo tempo a incidere un diario visionario sul muro esterno del reparto dove era ricoverato, utilizzando la fibbia del panciotto della divisa da \u201cmatto\u201d. La pi\u00f9 grande di queste pagine di memorie, in parte visibile tutt\u2019oggi, \u00e8 lunga 180 metri e alta 2. Racconta, in modo molto enigmatico, della reclusione e dell\u2019infanzia, della storia a lui contemporanea e di un futuro prossimo venturo in cui le astronavi arriveranno e forse lo aiuteranno a evadere. Scrisse inoltre un gran numero di lettere e cartoline a <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Personaggio_immaginario\">parenti immaginari<\/a>, firmandosi con le sigle &#8220;Nanof&#8221;, &#8220;Nof&#8221; o &#8220;Nof4&#8221; e definendosi, astronautico ingegnere minerario, colonnello astrale, scassinatore nucleare. Nof erano le inziali del suo nome, mentre 4 era il numero di matricola che gli era stato dato appena entrato in manicomio. Lavorando a questa storia e intervistando numerosi internati sopravvissuti al tempo e ai manicomi, toccai con mano quanto la reclusione potesse essere devastante per la mente di chiunque. Oggi sappiamo, infatti, che molte di quelle persone erano passate da sane a pazze stando tra quelle mura.<\/p>\n<h2>Il paradosso dell\u2019infermiere<\/h2>\n<p>Alcuni mi raccontarono di come dottori e infermieri fossero convinti di fare del bene tenendoli richiusi. Di come pensassero di essere buoni e gentili, ma non riuscissero a comprendere che, per i malati, essere prigionieri l\u00ec dentro fosse il problema pi\u00f9 devastante. Tra quelle mura. In manicomio. Fu solo con l\u2019approvazione della legge 180 del 1978, promossa da Franco Basaglia che le cose migliorarono e i cos\u00ec detti \u201ctetti rossi\u201d, finalmente chiusero i battenti.<\/p>\n<h2>La libert\u00e0 che diamo per scontata<\/h2>\n<p>Anche se erano cose arcinote, fu illuminante. Ricordo che pensai a quanto, ancora oggi, la reclusione fosse presente nella nostra societ\u00e0 sotto varie forme. A quanto le persone facessero fatica a comprendere davvero cosa significasse essere liberi fino a quando la libert\u00e0 non viene loro tolta. Ovviamente, non era ancora il tempo del Coronavirus che forse (e dico forse!) ci ha aiutato ad avere un\u2019idea meno superficiale in merito.<\/p>\n<p>Oggi siamo pi\u00f9 consapevoli di come persino la nostra vita sociale, apparentemente libera, possa cambiare da un momento all\u2019altro. Che tutte le cose che svolgiamo liberamente ogni giorno e che ci sembrano scontate, in realt\u00e0 non lo sono affatto.<\/p>\n<h2>Prigioni per umani e prigioni per animali<\/h2>\n<p>Ricordo che, mentre scrivevo il reportage pensai anche a quello che facciamo agli animali. A come privarli della libert\u00e0 sia una delle cose principali che mettiamo in atto nei loro confronti. Rinchiuderli sembra piacerci. A quel punto fu come se qualcosa fosse definitivamente cambiato in me. La classica \u201cscintilla\u201d. Decisi subito di occuparmi di zoo e delfinari. Se gli zoo, che variano da struttura a struttura, meritano un lungo approfondimento a parte, i delfinari, sono senza dubbio vere prigioni. Qualcuno sostiene che sia un luogo comune, ma probabilmente parla per ignoranza o, peggio ancora, per interesse.<\/p>\n<h2>Cos\u2019\u00e8 un delfinario<\/h2>\n<p>Chi non ha mai visitato un delfinario non pu\u00f2 capire fino in fondo di cosa si tratta. Sembra difficile da credere, ma \u00e8 cos\u00ec. Le fotografie, i video, non sono assolutamente in grado di rendere l\u2019idea. E non \u00e8 un modo di dire. Parlo per esperienza. Prima di vedere da vicino la mia prima vasca, molti anni fa, immaginavo che le dimensioni fossero comunque in qualche modo pensate per rendere sopportabile la vita a questi animali. Invece non \u00e8 cos\u00ec. Non c\u2019\u00e8 davvero nulla che possa essere scambiato per qualcosa di vivibile, quando te le trovi davanti. Ho compreso quindi che, non sono le dimensioni a essere in qualche modo compatibili con la vita dei delfini, ma piuttosto i delfini ad avere un\u2019incredibile capacit\u00e0 di adattamento.<\/p>\n<h2>Addattarsi alla prigionia<\/h2>\n<p>Questi mammiferi dimostrano di essere in grado di sopravvivere anche nelle condizioni pi\u00f9 difficili e, in un tempo relativamente breve, la maggior parte di loro, quando non impazzisce, evidentemente, riesce persino a costruirsi una sorta di vita resistente alla reclusione.<\/p>\n<p>In carcere i detenuti fanno lo stesso.<\/p>\n<h2>L\u2019esperienza come insegnante in carcere<\/h2>\n<p>Da anni insegno e faccio volontariato in una casa circondariale e, se pur parzialmente, ho avuto modo di vedere le reazioni di numerose persone. Nella maggioranza dei casi, dopo i primi drammatici giorni, subentra una fase di rassegnazione che coincide con l\u2019accettazione. Naturalmente molto dipende anche dalla lunghezza della pena da scontare, ma abbastanza di rado capita di vedere qualcuno che, in qualche modo, non cerchi di sopravvivere. E per farlo deve provare a costruirsi una sua \u201cnormalit\u00e0\u201d. Al contrario di quanto si tenda a pensare, in carcere a volte si ride e persino si gioca. La privazione della libert\u00e0 \u00e8 cos\u00ec impattante nella vita di un essere vivente che l\u2019unica risposta possibile per non impazzire \u00e8 riuscire a far buon viso a cattiva sorte. E quando questo non riesce pi\u00f9, purtroppo finisce in tragedia.<\/p>\n<h2>Il paradosso dell\u2019addestratore<\/h2>\n<p>Parallelamente, l\u2019idea che il gioco sia sufficiente a dimostrare il benessere, \u00e8 proprio una delle cose che sostengono gli addestratori per legittimare i delfinari: \u201c<em>I delfini qui da noi giocano e si divertono, come possono star male<\/em>?\u201d, mi hanno detto pi\u00f9 volte. D\u2019altra parte gli addestratori di certo non odiano i delfini, anzi, spesso si sentono come investiti di una \u201cmissione salvifica\u201d, tanto da arrivare a sostenere che nei delfinari \u201c<em>i delfini sono al sicuro e non corrono i rischi che corrono i natura!<\/em>\u201d Ecco. Il paradosso dell\u2019infermiere di cui parlavo sopra, diventa qui il paradosso dell\u2019addestratore.<\/p>\n<h2>Ma come stanno le cose?<\/h2>\n<p>Molto pi\u00f9 realisticamente, probabilmente i delfini giocano non solo perch\u00e9 \u201ccostretti\u201d (gli spettacoli hanno comunque orari ben precisi) ma anche perch\u00e9, proprio come i detenuti, devono in qualche modo cercare di sfuggire alla noia. Probabilmente, per spirito di sopravvivenza, riescono quindi a nascondere in qualche parte del loro cervello, ci\u00f2 che significa nuotare liberi in mare e si adattano a passare il tempo lanciando fuori dall\u2019acqua una palla di gomma. Non dimentichiamo che una vasca di queste strutture mediamente \u00e8 lunga circa 50 metri e che un delfino, in natura, ogni giorno percorre circa 30 km. Non sono sufficienti questi numeri per rendersi conto di cosa stiamo parlando?!<\/p>\n<h2>Il sonno dei delfini<\/h2>\n<p>Nella vasca, tutta in cemento e solo con qualche pallone galleggiante come divertimento, principalmente il delfino dorme. Questi mammiferi, quando non sono impegnati nei numeri degli spettacoli per il pubblico, attivano quasi sempre il \u201csonno a onde lente\u201d, cos\u00ec chiamato perch\u00e9, durante il riposo, solo uno dei due emisferi del cervello perde coscienza, mentre l\u2019altro funziona regolarmente. I visitatori dei delfinari quindi, non possono neppure accorgersene. Per loro i delfini stanno semplicemente nuotando. In carcere vige una regola non scritta che tutti rispettano e che recita pi\u00f9 o meno cos\u00ec: \u201c<em>Quando un detenuto dorme, non svegliarlo perch\u00e9 il suo tempo sta passando pi\u00f9 rapidamente<\/em>\u201d. Chiss\u00e0, forse i delfini pensano lo stesso. Di certo, \u00e8 insopportabilmente triste pensare che questi animali non vedranno mai pi\u00f9 il mare e che saranno costretti ad accettare gli orari imposti dagli addestratori per ogni giorno della loro vita, orari che finiranno per renderli sempre pi\u00f9 simili a marionette che si muovono a comando.<\/p>\n<h2>Cosa ci sfugge?<\/h2>\n<p>Ma allora perch\u00e9 in cos\u00ec tanti non riescono a comprendere queste cose? Perch\u00e9 ancora visitano i delfinari? Sinceramente non credo che ci sia una risposta unica. Di sicuro molte persone lo fanno perch\u00e9 non riescono a vedere null\u2019altro che dei delfini felici. Altri forse non riflettono su cosa significa \u201cper sempre\u201d e altri ancora non si pongono il problema. Eppure chiunque, ne sono certo, se si soffermasse anche un solo minuto a riflettere su cosa significa \u201c<em>per sempre rinchiusi tra quelle mura di cemento<\/em>\u201d, non potrebbe che definirsi contrario a questa realt\u00e0.<\/p>\n<h2>I delfinari in Italia<\/h2>\n<p>In Italia i delfinari che, al momento, detengono questi cetacei sono tre: Oltremare di Riccione, l\u2019Acquario di Genova (entrambe di Gruppo Costa Edutaintment, gi\u00e0 proprietario di numerosi acquari in Italia e all&#8217;estero) e Zoomarine a Roma (da poco acquisito dalla multinazionale Dolphin Discovery, proprietaria di una ventina di delfinari tra Caraibi e Sud America).<\/p>\n<p>Fino al 2014 erano sei.<\/p>\n<p>Per motivi differenti l\u2019ex delfinario di Rimini, il delfinario dello zoo di Fasano e quello di Gardaland hanno cessato le attivit\u00e0. Questo \u00e8 senza dubbio un dato positivo che rispecchia una crescente sensibilit\u00e0 delle persone, anche se, va detto, i numeri non sono certo miracolosi.<\/p>\n<p>Basti pensare che nel 2019 Zoomarine ha quasi raggiunto il milione di visitatori l\u2019anno. Ancora quindi c\u2019\u00e8 molto da fare.<\/p>\n<p>Nella speranza che un giorno arrivi un Franco Basaglia e una legge 180 anche per i delfini.<\/p>\n<p><em>Francesco Cortonesi<\/em><br \/>\n<em>Progetto Vivere Vegan<\/em><\/p>\n<hr \/>\n<p>Nota: Parte di questo articolo \u00e8 gi\u00e0 comparso sulla rivista \u201cIllustrati &#8211; #Marenostrum\u201d edita da Logos Edizioni<\/p>\n<h6>foto di copertina di Rossana Ruggiero per Zoout<\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riflessioni tra le mura di manicomi e prigioni per approdare ai delfinari. 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